venerdì 25 giugno 2010

San Marino. Idee per svoltare pagina. Intervista a Francesco Gesualdi


SAN MARINO. C’è aria pesante sul Titano. Siamo di fronte alla peggior crisi politica ed economica che il piccolo stato fra la Romagna e le Marche abbia mai vissuto. San Marino negli ultimi sei mesi, è stato messo all’angolo dal Ministro dell’Economia e delle Finanze italiano Giulio Tremonti, che sembra aver organizzato nei minimi particolari quello che assomiglia sempre di più ad un embargo.

Una prova di forza senza neanche l’emozione della sfida. Troppo facile prendersela con un paese così piccolo e così fortemente dipendente dall’economia italiana. Eppure dallo stivale ci sono andati giù pesante: prima lo scudo fiscale, capace di drenare ben cinque miliardi di euro in meno di un anno dalle casse sammarinesi, poi il decreto incentivi, che più che incentivare, sfavorisce e rende esageratamente svantaggiosa una collaborazione fra aziende italiane e sammarinesi. Senza contare gli ormai quotidiani sconfinamenti “accidentali” dell’esercito italiano e le innumerevoli azioni giudiziarie nei confronti di società sammarinesi.

Colpi in pieno viso sferrati da un pugile di un’altra categoria. Tutto troppo semplice.

La risposta della piccola repubblica però, non si è fatta attendere, e una volta resasi conto di essere in una condizione troppo svantaggiata, ha consegnato le armi, cancellando il segreto bancario, le società anonime e autorizzando lo scambio automatico di informazioni in materia fiscale. Sono i primi passi, ma dobbiamo partire dal presupposto che prima d’oggi erano cose impensabili.

Tutto questo però, non è stato sufficiente per riaprire un dialogo. Tremonti non si accontenta, e a fronte di domande di concordati e incontri politici da parte del governo sammarinese, risponde con richieste di rogatorie giudiziarie e con “raid” della guardia di finanza al confine di stato.

Ricapitolando, siamo ad un passo dall’assistere al collasso del sistema economico sammarinese, che a dispetto del fango gettatogli contro dai media italiani, per anni è stato motore di un’economia finanziaria che ha favorito e aiutato una vasta area territoriale limitrofa all’antica repubblica. Un crollo di questa portata, avrebbe ripercussioni anche in queste aree, non certo solo a San Marino.

E’ proprio per questi motivi che nelle ultime settimane mi sono permesso di proporre attraverso i miei articoli un’inversione di tendenza. Un cambiamento nell’indirizzo politico del paese che potrebbe avere la forza di rilanciare l’immagine di San Marino e, contemporaneamente, sarebbe un punto di partenza importante per un nuovo sviluppo economico del paese.

Sto parlando del sostegno tramite incentivi e nuove leggi a quella che viene chiamata “Economia Alternativa“. Un sistema economico cioè, non più basato su logiche meramente di profitto ma più etico. Più attento ad uno sviluppo sociale oltre che finanziario. Sembra un’utopia proporre una svolta di questa portata a San Marino, ma oltre che una provocazione, questa vuole essere una proposta concreta.

Per renderla tale, ho cercato testimonianze all’interno di aziende e associazioni che già oggi vivono questo tipo di esperienze riuscendo a mantenere una linea etica e contemporaneamente a sviluppare un’economia fiorente e capace di produrre benessere. Quella che propongo di seguito, è la seconda intervista che ho raccolto. La prima, fatta a Pietro Luppi de “L’Occhio del Riciclone“, la potete trovare all'interno del mio blog o sui portali di informazione sammarinesi.

La testimonianza che voglio proporvi oggi, ci viene offerta da Francesco Gesualdi del “Centro Nuovo Modello di Sviluppo”. Lascio spiegare a lui di cosa si tratta.

D. Ci può descrivere brevemente in cosa consiste il progetto a cui partecipa?

R. L’attività che coordino si chiama “Centro Nuovo Modello di Sviluppo” ed ha lo scopo di individuare i meccanismi che provocano impoverimento e degrado ambientale a livello planetario con l’intento di divulgarli al grande pubblico ed indicare cosa possiamo fare per costruire un mondo più equo e sostenibile. Le nostre proposte comprendono sia scelte individuali che di sistema. A livello individuale proponiamo il consumo critico, la sobrietà, la riduzione e riciclaggio dei rifiuti. A livello di sistema proponiamo il rafforzamento dell’economia pubblica, il rafforzamento del fai da te e dell’economia di vicinato, il rafforzamento dell’economia locale, il rafforzamento degli strumenti fiscali volti ad orientare le scelte delle imprese e dei consumatori in un’ottica di sostenibilità e di rispetto ambientale.

D. Come e quando è partito questo progetto, e con quali motivazioni?

R. L’attività è partita nel 1985 per iniziativa di un gruppo di famiglie desiderose di svolgere in maniera più incisiva il proprio impegno sociale e politico. Volevamo capire in che modo il 15% della popolazione mondiale si appropria del 75% di tutte le risorse terrestri condannando tre miliardi di persone, metà della popolazione mondiale, alla povertà assoluta. Un problema ancora più grave se consideriamo che il pianeta è in stato comatoso sia sul versante delle risorse che dell’accumulo di inquinanti. La crisi ambientale ci fa capire che per costruire un mondo più equo non basta rivedere le regole del commercio e della finanza, ma è necessario che gli opulenti siano disposti a rivedere ail proprio sistema produttivo e di consumo, in una parola il proprio modello di sviluppo, perché comincia ad esserci competizione per le risorse e gli spazi ambientali scarsi.

D. Quali sono le vostre principali attività? In che modo vi potreste definire “fautori o promotori di un’economia alternativa?”

R. Le nostre attività possono essere distinte in tre filoni. In primo luogo svolgiamo ricerca sul comportamento sociale e ambientale delle imprese per dare ai consumatori le informazioni necessarie a poter esercitare il loro diritto/dovere di consumatori responsabili. Divulghiamo i risultati delle nostre ricerche sia attraverso la carta stampata, il libro più noto è Guida al consumo critico, che attraverso il sito internet impreseallasbarra.org. In secondo luogo sviluppiamo proposte di stile di vita orientate alla sostenibilità. Non solo risparmio energetico, riduzione dei consumi inutili e dannosi, riduzione e riciclaggio dei rifiuti, ma anche adesione a gruppi di acquisto solidale che hanno l’obiettivo di procurarsi prodotti salubri a km zero da produttori che si ispirano a principi di rispetto ambientale e sociale, se non di solidarietà. In terzo luogo, elaboriamo idee sui cambiamenti da introdurre a livello di sistema per coniugare sobrietà, piena occupazione e garanzia dei bisogni fondamentali per tutti. In questo senso siamo fautori di un’economia alternativa non più basata sulla crescita infinita, ma sul senso del limite e della solidarietà collettiva.

D. Pensa che lo sviluppo di un’economia non basata unicamente su logiche di profitto ma rivolta anche verso uno sviluppo sociale sia realmente possibile? Attualmente cosa ne frena l’espansione secondo lei?

R. Se proseguiremo lungo la strada del profitto e dell’accumulazione andremo verso il caos governato da migrazioni di massa, guerre, sovvertimenti climatici e ambientali. Il cambiamento verso l’economia del bene comune e dei diritti non più un optional, ma una strada obbligata se vorremo salvare questo pianeta e questa umanità. Il passaggio è possibile purché recuperiamo il senso di equità, il senso di sazietà e la fiducia nella parte migliore della persona umana. Non è vero che l’uomo segue solo l’istinto individualista. Lungo la storia ha imparato che da soli non può ottenere tutto ciò che gli serve, che c’è bisogno dell’apporto degli altri. I forti lo ottengono soggiogando i deboli, ma i deboli non hanno altra strada se non la cooperazione e la solidarietà. Questa è la semplice verità che dobbiamo riscoprire e potremo farlo solo se ci libereremo del dogma del mercato selvaggio che costituisce il freno principale al cambiamento.

D.Pensa che questo tipo di economia alternativa sia potenzialmente in grado di generare lo stesso benessere diffuso che (almeno in una parte del mondo) garantisce l’economia finanziaria attuale?

R. Il problema è cos’è il benessere. Questo sistema si sforza di farci credere che il benessere si misura con la quantità di merci che produciamo annualmente, il famoso Pil e con la quantità di cose che buttiamo nel carrello della spesa. Ma questo non è benessere, bensì benavere che concepisce la persona umana come un bidone aspiratutto, un tratto digerente con la bocca ben spalancata per ingurgitare tutto ciò che la pubblicità gli impone e uno sfintere anale bello largo per espellere tutti i rifiuti che produce nel transito. Ma più ricchezza non è sinonimo di più felicità. Non di sola auto vive l’uomo, ma anche di relazioni ed è proprio la perdita di relazioni che ci rende meno felici. Dimentichiamo sempre che l’uomo non è solo un corpo da soddisfare, ma anche dimensione affettiva, sociale, spirituale. Il vero benessere è quella situazione in cui tutte queste dimensioni sono soddisfatte in maniera armonica. Ed ecco il benvivere inteso come armonia con se stessi, con gli altri, con la natura, una condizione che non si raggiunge con i barili di petrolio, ma con una diversa organizzazione dell’abitare, della città, del tempo, del lavoro, della società. Il problema non è la ricchezza, ma la soddisfazione e la sicurezza personale che si raggiunge con meno lavoro, più partecipazione, più equità, più difesa ambientale, più cultura, più solidarietà collettiva, più stabilità economica.

D. Conosce lo stato di San Marino? Che considerazione ne ha?

R. Ci sono stato un paio di volte, ci ho incontrato persone che hanno i miei stessi ideali di equità, sostenibilità, solidarietà. Ma so anche che fonda la sua ricchezza sul richiamo di capitali attratti da basse aliquote fiscali, segretezza e agevolazioni doganali. Pratiche tipiche dei paradisi fiscali che danno ospitalità a chi vuole mettere al sicuro capitali ottenuti in maniera illecita, a chi vuole evadere il fisco del proprio paese, a chi vuole riciclare denaro sporco. Poiché sono rifugio della cattiva economia, i paradisi fiscali arrecano un grave danno alla comunità internazionale. Perciò debbono modificare la propria legislazione bancaria e attivare altre fonti di ricchezza che contribuiscono a fare crescere relazioni economiche eque e solidali.

D. La Repubblica di San Marino è un microcosmo economico e sociale all’interno dell’Italia. Cosa penserebbe vedendo questo stato sviluppare la sua economia basandosi su basi etiche e morali vicine a quelle della cosiddetta “Economia Alternativa”?

R. Penserei che i suoi cittadini hanno raggiunto una grande elevatura sociale e culturale. Costituirebbe un precedente estremamente importante che dimostrerebbe che cambiare è possibile. Abbiamo bisogno di esempi concreti a cui guardare, perché l’assenza di sperimentazione positiva è spesso interpretata come un segno che l’alternativa è impossibile. Ogni volta che un’idea è realizzata esce dalla dimensione dell’utopia, che significa non luogo, ed entra nella dimensione del possibile. Per questo ogni forma di sperimentazione, per quanto piccola è di grande importanza. Per questo dobbiamo fare crescere i gruppi di acquisto solidale, i comuni virtuosi, il commercio equo e solidale, le reti di economia solidale, i bilanci partecipativi e ogni altra forma di sperimentazione di buona politica e buona economia, non per creare delle isole felici, ma per contagiare e infondere fiducia.

D. Spesso viene contestato a sistemi di Economia Alternativa, la loro dipendenza da finanziamenti pubblici. Questo tipo di perplessità riguarda principalmente organizzazioni del “Terzo settore” che come osserva Don Giacomo Panizza(Comunità Progetto Sud), non sono esenti da problematiche. Lei parla di “economie popolari” che si discosterebbero da considerazioni di questo tipo. Quali sono secondo lei le prospettive?

R. Il tema della leadership politica intesa come guida e costruzione di forze partitiche che si pongono l’obiettivo di entrare nelle istituzioni, e possibilmente governarle, è estremamente complesso. Abbiamo bisogno di una nuova politica istituzionale, ma le forze con cui deve scontrarsi sono ampie, perciò potrà affermarsi solo se è sostenuta da una grande volontà popolare che oggi sembra mancare. In assenza di una volontà popolare forte, ogni nuovo ingresso nei palazzi rischia di essere risucchiato dalle logiche di potere facendolo diventare uguale agli altri. Per questo penso che dobbiamo dedicare molte energie alla crescita di una nuova cultura socio-economica e qualora si accetti di entrare nei palazzi dobbiamo interrogarci di continuo per essere certi di stare mantenendo fede ai principi di metodo e di contenuto che hanno giustificato la nostra apparizione sulla scena istituzionale.

Ringrazio per la disponibilità Francesco Gesualdi e spero che la sua testimonianza possa servire a farci capire come quella che oggi può sembrare un’utopia, non è altro che un’opportunità.

SM

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